SporTifo

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Fino agli anni Trenta, più del pallone, erano le due ruote a suscitare una vera passione di massa. Le vittorie di Costante Girardengo, Alfredo Binda e Learco Guerra alimentavano il fascino della leggenda popolare, ulteriormente amplificata dalla sistematica propaganda di regime. Rileggendo attentamente il passaggio tra le due guerre è necessario valutare le condizioni di vita del periodo considerato per comprendere meglio il significato di ogni avvenimento sportivo dell’epoca. In una società prevalentemente rurale, lo stato di miseria e povertà della popolazione italiana era ancora particolarmente profondo.
Il tempo era scandito dall’alternarsi delle stagioni e la vita basata su antichi valori tramandati da padre in figlio, di generazione in generazione.
Storia millenaria di una civiltà remota, antica come lo sfruttamento e la sofferenza a cui era sottoposta.
Ma proprio per questi motivi risulta ancor più esaltante constatare come in quegli anni disperati ci viene dato, specialmente dalle categorie più umili, un esempio nobile di santa pazienza e orgogliosa dignità che ha onorato la storia italiana attraverso lo sport.
E tra le tante espressioni agonistiche è proprio il ciclismo ad essere il più amato e praticato in quel periodo.
Probabilmente, perché identificato come competizione dei poveri, più adatto alla fatica e sofferenza, quella ben conosciuta da contadini, operai e artigiani. La bicicletta, strumento di trasporto e di lavoro, riusciva ad attrarre l’emozione perché faceva sognare e credere che attraverso volontà e sacrifici sarebbe stato possibile raggiungere traguardi migliori. Sempre lottando aspramente, con chiunque testa a testa, ma senza mai dimenticare quei valori irrinunciabili di amicizia e solidarietà. Per vincere ogni volta serviva un’impresa su strade in terra battuta, tra polvere e fango.
Sarà per questo che anche le folle marchigiane amavano tanto questi “forzati della strada”. Tanto che erano molto attese le competizioni ciclistiche organizzate nelle feste locali. A Montecosaro, l’occasione era fornita dalla solenne celebrazione della Festa dell’Annunziata del 25 marzo e ripetuta la terza domenica d’ottobre.
Oltre alle sacre funzioni di messe e processioni, erano previsti riti civili tra cui quello delle biciclette con “corse a batteria o di resistenza”. Di solito, il percorso era il seguente: Annunziata, Montecosaro, Morrovalle, Trodica, Annunziata per un totale di diciotto chilometri. Dopo aver fatto tappa a Macerata nel 1920, due anni dopo il giro d’Italia passa anche a Montecosaro Scalo con la carovana dei suoi coraggiosi ciclisti: su 75 partenti ne arriveranno soltanto 15 al traguardo finale!
Tra i tanti tifosi sparsi lungo la strada c’era anche il postino Agostino Scalabroni, detto Ciocchì.
Era lì per salutare il suo corridore preferito, Giovanni Brunero che in quegli anni vincerà tre giri d’Italia. In suo onore darà il nome di Brunero al figlioletto appena nato. Alcuni anni dopo, anche al Paese Alto, per la Festa di San Lorenzo si cominciarono ad organizzare “corse ciclistiche di volata”, tradizione mantenuta nel primo dopoguerra con il Gran Premio San Lorenzo, il Gran Premio di Pasqua, la Coppa Goffredo Angeletti. Tra i corridori del periodo pionieristico marchigiano, basato sulla pura passione dilettantistica, meritano una particolare citazione Ernesto Ciarrocchi, Amerigo Calcabrini, Antonio Capocasa, Giuseppe Petrocchi, Faustino Montesi, Luigi Ferretti, Ubaldo Pugnaloni. Molti di loro sono saliti più volte sul podio in numerosi traguardi, fino all’ultima volata quando entrando in guerra non siamo più usciti di casa per cinque lunghi anni.
Proprio a causa del conflitto bellico il campione anconetano Pugnaloni venne a dir poco penalizzato nella sua fulgida carriera. Infatti, era riuscito a vincere da dilettante ben trentuno gare, compreso il titolo di campione italiano conquistato a Firenze in quel tragico 25 aprile del 1943. Quando tutto passò in second’ordine, anche la sua clamorosa vittoria, per la grave situazione creatasi nel Paese con la caduta del Fascismo, fatalmente avvenuta nelle stesse ore della competizione.
Il nostro Ubaldo riuscì comunque a riscattarsi con le sue prestazioni in campo professionistico essendo stato ingaggiato dalla Bianchi, la mitica squadra di Fausto Coppi.
Con la maglia bianco-celeste corse per due stagioni (1946-47) in numerose gare (giri d’Italia e classiche del nord) al fianco del Campionissimo, conquistandone la stima e fiducia. Sarà  proprio lui, nei momenti difficili, ad ospitare nella propria casa di Ancona il suo capitano e Giulia Occhini, la “dama bianca”.
Ho conosciuto Pugnaloni negli anni Novanta, grazie al mio amico Luciano Biagini, nipote di Ubaldo.
L’occasione è avvenuta con l’arrivo a Montecosaro della troupe cinematografica per girare alcune scene del film “Il grande Fausto”. Con lui c’era anche Michele Gismondi di Montegranaro, un altro marchigiano gregario di Coppi. Delle imprese di Michele, ne parleremo a lungo nella prossima puntata di questo nostro affascinante percorso ciclistico. Ciao!

Paolo Marinozzi