Ultima Occasione

Ultima Occasione

Abbiamo perso un’altra occasione?

La retorica di questa domanda è trasversale, la potremmo applicare ad ogni ambito. Dall’economia alla politica dalla società alla scuola fino ad arrivare allo sport e allo spettacolo. Dopo l’inevitabile shock dovuto all’impatto con una situazione tanto drammatica quanto mai vissuta, è inevitabilmente emerso lo spirito di appartenenza ad una stessa organizzazione sociale. Quello spirito di sopravvivenza che, sentendo forte la minaccia provenire dall’esterno ha fatto sì che si serrassero le fila a difesa del comune interesse. All’inizio ci abbiamo provato. Abbiamo cercato di vivere in maniera solidale questa epidemia che sembrava circoscritta all’Italia. Solidarietà fatta più di ostentazione che di sostanza; canti dai balconi, flash mob, applausi per tutti e celebrazioni a ripetizione. Con il passare dei giorni vissuti in quarantena, con il divenire dei contagi pandemici, quasi con senso di sollievo dal non essere soli a dover subire tale disgrazia, sono riemerse inevitabilmente tutte le difficoltà. Le storture di una società sfilacciata che, mai come in questo inizio di nuovo millennio, ha posto al centro del sistema l’individuo a discapito della comunità. Da #andratuttobene, passando per #iorestoacasa fino al #tutticontrotutti, il passo è stato breve. Anche e soprattutto grazie alla tecnologia di cui siamo forniti, come lo strumento che sto usando. La civiltà che la razza umana sta esprimendo in questo tempo non certo esaltante, passa inevitabilmente attraverso la “individuale socialità” della rete. Ne siamo totalmente sovrastati. Perduto il senso pieno di comunità, resta difficile immaginare quel nuovo rinascimento utile per sovvertire una situazione tanto complicata. Facendo un parallelo storicamente e idealmente improbabile e improponibile, proviamo ad immaginare il nostro paese nell’immediato dopoguerra. Una catastrofe economica, sociale e sanitaria che solo la devastazione di una guerra può causare, per giunta aggravata dall’essere anche un conflitto civile. Nell’immediatezza di quel 25 aprile di 75 anni fa’, presentati i debiti ed inevitabili conti dei vincitori verso i vinti, peraltro con una scontistica eccessiva, tanto che non abbiamo avuto nemmeno la nostra Norimberga, si è guardato avanti. Nasce quel progetto di futuro poi realizzato, di cui anche noi abbiamo potuto godere. In uno scenario di devastazione, uomini di diversi ideali, diversa formazione umana, diversa visione di società, hanno saputo sintetizzare valori e principi comuni tradotti nella costituzione, sulla quale ha poggiato la rinascita del secondo dopoguerra. Quello che troppo spesso definiamo soltanto boom economico, omettendo che è li che sono state gettate le basi per tutte le conquiste sociali successive. Ritornando ai nostri tristi giorni, cosparsi di oltre 29.000 morti, ventinovemila, una cifra che non ha senso se non appunto nella scellerata indecenza di una guerra, ripudiata peraltro dalla nostra costituzione. Quali analogie si possono riscontrare con l’immediatezza post conflitto bellico? Purtroppo, quasi nulla di entusiasmante. Di sicuro il numero dei morti civili, nella vana speranza di non andare più in là. Altrettanto sicuramente la dedizione ed il coraggio di chi in questa drammatica situazione è in prima linea, personale medico ed infermieristico su tutti. Altre analogie? La profondità della crisi economica che conseguentemente scatenerà quella sociale. Credo di non poterne trovare altre. Si perché quel senso di comunità che facciamo nostro soltanto per la nazionale di calcio alle fasi finali dei mondiali, ostentato ovviamente, ora non c’è. Non c’è nella vita di tutti i giorni, non c’è nel vivere quotidiano. Non c’è nel rapporto con il prossimo, sia esso estraneo o conosciuto, o magari straniero. Talvolta manca anche con i propri congiunti, termine tanto sbeffeggiato, in questi giorni. Un tempo in cui rinchiudersi in se stessi, quasi in una sorta di autarchia individuale, pare sia un sentimento diffuso e necessario. Tutto ciò che riguarda l’altro, è quasi sempre fonte di fastidi possibili e non sorgente di crescita spirituale e personale. L’individualismo imperante trasuda in ogni ambito sociale fino alla tracotanza della politica. In questo ambito ormai dilaga in maniera incontrollata e inarrestabile con tutte le conseguenze che vediamo ormai da decenni. Personalismi che sempre vanno a braccetto con i privilegi che della politica, alla ricerca costante del bene collettivo, dovrebbero essere l’antitesi. Una dialettica quasi sempre urlata, quasi scagliata come un un’arma bianca al cospetto di un nemico, che non è mai semplicemente avversario con cui confrontarsi. La parola magica che muove la società contemporanea, il privilegio, la ricerca di esso muove l’azione umana più che ogni altro carburante, bruciando dentro ad un motore che inquina come nessun altro. Affrontare questo triste tempo che ci è toccato in sorte con le sgangherate armi di cui siamo umanamente forniti sarà impresa ardua, pur avendo il controllo quasi totale di scienza e tecnologia. A tal proposito mi sovviene quella famosa pubblicità, guarda caso del vecchio millennio, dove si diceva che, la potenza è niente senza controllo! Ecco noi siamo dotati di una potenza straordinaria senza nulla di cerebrale e sentimentale per controllarla. In tanta straordinarietà cosa ci saremmo dovuti aspettare dalla classe politica e dirigente se non unità di intenti e protezione del bene comune, mettendo da parte l’interesse personale e della fazione? E a ben pensare, non possiamo nemmeno permetterci di essere critici nei confronti di essa. Semplicemente perché è espressione del popolo italiano, quindi democraticamente e consapevolmente eletti. Assistiamo quotidianamente a denunce urlate di violazioni costituzionali, utilizzate impropriamente come strumento di lotta politica che denotano in realtà scarsa conoscenza della costituzione stessa. È risibile tuttavia aver passato oltre due mesi in lockdown senza aver pensato nemmeno lontanamente e concretamente al famoso piano B o come lo si voglia definire. Un qualcosa che assomigli ad progetto, ad una visione di futuro. Qualcosa che magari preveda investimenti in una sanità pubblica che si è dimostrata eccellente nonostante la politica, facendola tornare ad essere funzionale ai cittadini, e non ai bilanci. Una ricerca scientifica finalmente all’altezza dei talenti che escono dalle nostre università e far finire la diaspora di cervelli italiani sparsi ai vertici di tutte le più importanti organizzazioni scientifiche mondiali. Un progetto di ampio respiro che dovrà giocoforza prevedere un grande piano di ristrutturazione nazionale che va dalle opere pubbliche alle infrastrutture (quanti ponti dovremo ancora veder crollare?). Un vero progetto finanziato e non solo annunciato di recupero ambientale e del dissesto idrogeologico per la restituzione alla piena fruibilità di una terra tra le più belle al mondo. Investimenti nelle energie rinnovabili ci permetterebbero quell’autonomia energetica sognata a suo tempo dall’illustre corregionale Enrico Mattei. Si è vero. Sembra un libro dei sogni, peraltro nemmeno scritto bene ma, e qui cito il sempre attuale Albert Einstein: “un uomo è vecchio solo quando i rimpianti, in lui, superano i sogni” . Non ho l’ardire di voler interpretare un tale genio dell’umanità tuttavia credo che, tale pensiero possa esteso anche alle nazioni. Non è ancora del tutto perduta ma qualcosa mi dice che sarà … l’ultima occasione !

Frediano Pancotto

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