DOV’E’ FINITO IL TORO ?

DOV’E’ FINITO IL TORO ?

C’è stata una squadra di calcio che è vissuta solo sette anni dal 1942 al 1949 eppure ha vinto tutto quello che c’era da vincere. È scomparsa improvvisamente il 4 maggio del ‘49. Era di mercoledì, un minuto dopo le 17. L’aereo, un trimotore FIAT G 212, si è schiantato sulla collina di Superga e un attimo dopo morirono tutti i giocatori, tecnici, giornalisti e componenti l’equipaggio. Un’intera squadra distrutta, era la nostra Nazionale per dieci/undicesimi, della quale veniva sacrificato solo il portiere Bagicalupo per evitare l’umiliante onta ad altre società. Per la prima volta il nome di una squadra veniva preceduto dall’aggettivo “grande”, grande Torino. Tutti lo chiamavano così: i tifosi granata con passione e gli avversari con rispetto. I loro nomi, rimasti indelebili nella reminiscenza popolare, passarono improvvisamente dalla cronaca alla storia e dalla storia alla leggenda. Quei nomi, scolpiti negli animi degli sportivi, vennero imparati a memoria come una esaltante litania, fatalmente uno dietro l’altro, così…Bagigalupo, Ballarin, Maroso, Grezar, Rigamonti, Castigliano, Menti, Loik, Gabetto, Mazzola, Ossola. E come una leggera filastrocca, una magica preghiera, una sublime poesia ha segnato un’epoca gloriosa. Il Torino era così forte che, quando decideva di vincere la partita, lo poteva fare in qualsiasi momento. Come nei celebri “dieci minuti”, quando capitan Valentino Mazzola rimboccandoci le maniche dava il segnale della carica al trombettiere Oreste Bolmida, in trepida attesa sugli spalti dello stadio Filadelfia. Allora, da quel momento non c’era più possibilità di scampo per nessuno. Basta pensare che al momento della sciagura  il Torino non perdeva sul suo campo da sei anni e tre mesi. Gli scudetti vinti furono “soltanto” cinque consecutivi perché gli altri vennero bruciati dalla guerra. Quella assurda e sciagurata tragedia che ci ha visti umiliati e vinti…ma non nello sport! L’Italia in quegli anni era un Paese piegato dal dolore, dove ogni città era sventrata dai bombardamenti con tante persone rimaste senza più famiglia e speranza. Il Torino fu la primavera della rinascita italiana, il primo fiore a crescere sui campi, il ritorno alla gioia, la rinnovata fantasia. Fu, soprattutto, il sogno di una vita migliore che solo un vero atleta poteva incarnare meglio di qualsiasi altra figura sociale. Quella squadra di campioni era diventata il simbolo dell’Italia che cercava di rialzare la testa a suon di vittorie. Come Bartali e Coppi nel ciclismo, anche i granata riuscivano a suscitare quell’orgoglio di essere italiani in un momento storico in cui tutto ciò significava vergogna. Il Toro, quindi, è stato più di una grande squadra di calcio perché è riuscito a ridare ad un popolo mortificato quel giusto senso di dignità nella vita, semplicemente prendendo a calci un pallone. Per questo motivo quel maledetto giorno scosse nel profondo gli animi degli italiani risvegliando in tutti un brusco salto indietro nel tempo. L’incubo del ritorno alla morte, la paura per la propria sopravvivenza, il timore per il nuovo futuro, la speranza spezzata di tornare ad essere fieramente italiani. Tutte queste sensazioni furono meravigliosamente espresse dallo scrittore Giovanni Arpino nella sua lirica intitolata “Mio grande Torino”. Dove, tra l’altro scrive “Rosso come il sangue, forte come il Barbera. Venivamo dal niente, da guerra e fame, carri bestiame, tessere, galera, fratelli morti in Russia e partigiani, famiglie separate, perduta ogni bandiera. Eravamo poveri, lividi, spaventati, neanche un soldo sulla pelle, fumare voleva dire una cicca in quattro. Ma avevamo un fiore ed eri tu. Una culla di speranza, di vita, di rinascita, la luna, la strada della nostra crescita”. Vorrei terminare questa triste pagina provando a stemperare la tensione emotiva provocata da questo evento doloroso con una sagace affermazione di un altro grande uomo del giornalismo italiano, Indro Montanelli: “Il Torino non è mai morto, è solo in trasferta”. Invece io ho vissuto quel giorno come un sogno di un bambino di soli due anni. Mi rimane un ricordo appannato di quei momenti fatali quando eravamo in casa incollati alla radio ad ascoltare le notizie che si susseguirono per diversi giorni. Non riuscivo bene a rendermi conto dei tragici contorni della tragedia, anche perché i miei genitori facevano del tutto per ridimensionare il fatto ai miei occhi tanto da farlo sembrare quasi un gioco a nascondino. Così nella mia semplice ingenuità continuavo a chiedere a mio padre: “Ma babbo, si può sapere dove è andato a finire il Toro?”.

Paolo Marinozzi

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